lunedì 6 luglio 2009

Divenire digitali:riflessioni ed esperienze sul mutamento antropologico in atto.

E' uscito il numero 62 di Formare, una collana curata da Antonio Calvani, intitolato "Divenire digitali: riflessioni ed esperienze sul mutamento antropologico in atto", si tratta di un articolo molto interessante scritto da Maria Grazia Fiore. Anch'io come altri colleghi ho potuto dare il mio piccolo contributo che riporto di seguito. Ringrazio Maria Grazia per questa opportunità e invito tutti ad una lettura approfondita dello stesso.

Buono/cattivo, bello/brutto, angelo/demone, inferno/paradiso, bianco/nero,digital natives/digital immigrants.
La vita è piena di contrapposizioni, di distinzioni arbitrarie e inutili, l’uomo tende sempre a distinguere, a separare, a dividere in categorie, settori, ambiti, forse tutto ciò gli dà sicurezza, gli sembra di poter tenere tutto sotto controllo. Siamo talmente abituati a tali meccanismi cerebrali, che tutto scatta automaticamente per cui adesso l’ultima dicotomia del momento è nativi digitali/immigrati digitali.
Ma tutto ciò a cosa serve? È veramente utile a qualcosa? E quando poi ci rendiamo conto che non esistono distinzioni nette e precise tra noi e l’ambiente, tra noi e gli altri, tra i nativi e gli immigrati digitali, c’è da riflettere.
Oggi si parla sempre più di connettivismo, inteso come integrazione di informazioni casuali (caos), abilità di creare nessi tra conoscenze pregresse (network) e teorie complesse. Questo processo di connessione tra elementi avviene all’esterno del soggetto che apprende , in un ambiente in grado di generare conoscenza e interazioni, per esempio un database o un’organizzazione. Il punto di partenza è sempre il soggetto, la cui personale conoscenza inserita nella ‘rete’ genera nuova conoscenza. Quindi la conoscenza non è più acquisita in maniera sequenziale o esclusivamente in contesti formali, ma anche attraverso canali informali e non formali. Attraverso la rete delle nostre connessioni costruiamo il nostro PLE, il web ci aiuta in questo, ma ciò non è sufficiente, non si tratta di qualcosa esclusivamente digitale, ma di una nuova forma del pensiero, le connessioni esistono dappertutto e solo adesso l’uomo ne prende consapevolezza, perché è esploso il fenomeno internet.
Insegno inglese su 9 classi di scuola primaria, ho quindi 188 alunni da seguire dalla prima alla quinta classe, credo si tratti di un campione abbastanza interessante di nativi digitali, a proposito: ma chi sono questi nativi? I miei alunni raramente adoperano il computer, quando con le classi quarte e quinte mi reco in aula informatica per svolgere alcune attività con il pc, non ho proprio la sensazione di essere di fronte ai cosiddetti ‘nativi digitali’; per quella che è la mia esperienza, la maggior parte degli alunni nell’età compresa fra i 6 e i 10 anni non usa né il computer, né altri sistemi di comunicazione digitale. Il fenomeno dei nativi potrebbe dunque presentarsi nelle fasce d’età successive cioè dai 12 anni in poi.
Alla ricerca dei nativi digitali perduti, mi è capitato di riflettere sul mio percorso personale: io, figlia di Gutenberg, innamorata dei testi letterari fin da bambina, tanto che il mio sogno più grande era possedere un’ enorme biblioteca, adesso se mi occorre un’informazione di qualsiasi genere, non vado a consultare la mia libreria personale, ma apro google, il mio pc è quasi sempre connesso e mi consente uno spazio enorme di conoscenze e di contatti, ma non è stato sempre così. La prima volta che mi è capitato di navigare sulla rete ho provato un profondo senso di smarrimento, tutte queste pagine che si aprivano, incastrate l’una all’altra, un senso di spaesamento misto ad una profonda curiosità, entravo in un sito con un obiettivo ben preciso e attraverso numerosi link mi vedevo catapultata in infiniti sentieri e meandri da cui non sapevo più come uscire, non riuscivo a tornare indietro: tutto ciò succedeva nel lontano 2000. Questa particolare sensazione di smarrimento mi porta a parlare di “capacità negativa della mente”, di cui ho già trattato nel mio blog, ecco il testo:
La recentissima esperienza di realizzare il mio primo filmato, mi ha fatto venire in mente le parole di Giorgio Blandini e Bartolomea Granieri. Questi due psicologi dell'università di Torino, riprendono il pensiero di W.R. Bion(1897-1979), quest'ultimo ha elaborato un modello della mente secondo cui non esiste dualismo tra processi somatici e psichici, ipotizza una forma di elaborazione precoce dell'esperienza in cui non esiste ancora un dualismo tra somatico e psichico,nè tra sè e l'altro, che caratterizzerebbe la mente come originariamente gruppale. Tale livello, definito proto-mentale, resta attivo in tutto il corso della vita. Secondo Blandino e Granieri dunque l'apprendimento comporta l'accogliere dentro di sè ciò che è ancora sconosciuto, ma "ciò che ancora non si conosce è qualcosa di informe e non mentale, che dà angoscia e che non sempre la mente (anche quella dell'adulto) è in grado di tollerare dentro di sè"(Blandino e Granieri,1995). L'angoscia è data dal sentimento di incertezza e dal timore di scontrarsi con la propria inadeguatezza e con i propri limiti, nonchè dalla necessità di rimettere in discussione le proprie conoscenze. In un processo di apprendimento il confronto con il nuovo implica emozioni contrastanti: da un lato si prova paura, ansia, senso di inadeguatezza; dall'altro curiosità, sorpresa e voglia di sperimentare il nuovo. Tale processo avviene nel tempo con momenti di insoddisfazione che si alternano ad altri di riuscita e conquista. E' come una sorta di dolore mentale dell'apprendere che viene definita dai nostri autori "capacità negativa della mente", intesa come possibilità di integrare affetti e pensieri contraddittori,di saper gestire emozioni e giudizi conflittuali per arrivare a una nuova organizzazione di sè. Mentre l'adulto possiede la "capacità negativa della mente", il bambino deve ancora acquisirla, ecco perchè ha bisogno della mente adulta che lo sostenga. Se l'insegnante sostiene in sè stesso e nei suoi studenti la possibilità di apprendere nuovi contenuti e abilità, superando le difficoltà e le fatiche insite nell'apprendimento stesso e aumentando la disponibilità verso apprendimenti futuri, gli alunni acquisiranno a loro volta la loro "capacità negativa".
Adesso, dopo un triennio universitario on line, non poteva esserci migliore conclusione che un corso di editing multimediale dove, oltre a realizzare materiale digitale, io ho risentito fortissime le connessioni con un gruppo di lavoro e con un professore che ha saputo lasciare un segno importante nella mia formazione.
Mentre ogni nuovo successo mi spinge a continuare l’esplorazione del mondo digitale e non, ogni nuova sfida ripresenta nuovamente l’angoscia, ma non è più l’angoscia iniziale, quella dei primi anni al pc, è assolutamente diversa, sempre più gestibile perché sempre più conosciuta, imparo a conoscere mè stessa, i miei limiti e le mie possibilità che sono infinite, come le infinite connessioni. La rete mi consente di esplorare continuamente, mi sottopone all’imprevisto e questo ‘allenamento’ ha ridotto le mie paure di fronte al nuovo.
Tutto ciò avrei potuto realizzarlo anche solo con i libri? Non lo so, comunque non credo, perché il libro, al di là dei numerosi sentieri mentali a cui certamente mi può portare, rappresenta sempre un percorso più sicuro, tranquillo e lineare.
In definitiva io credo che il vero fenomeno del momento siamo noi, noi nativi analogici diventati digitali, noi che abbiamo vissuto entrambe le esperienze, che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle la sofferenza dell’apprendere. Ma soprattutto noi studenti dell’università IUL che siamo anche docenti in servizio!
E’ questo il punto chiave: chi siamo noi veramente? Tutto ciò a mio avviso dimostra che solo lo sforzo costante e determinato di ogni giorno può portare al miglioramento personale, avere fiducia in sè stessi e nelle proprie capacità, credo sia la strada vincente per aprirsi al mondo e quindi ad ogni nuova occasione di apprendimento. Tutto ciò non proviene dalla rete, è già dentro di noi, il digitale ci consente solo di poter esprimere ciò che siamo, la rete libera la nostra creatività repressa e imbrigliata dalla trasmissione unidirezionale dei saperi.

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